La fotografia latente e la sostanza del ricordo

La fotografia latente e la sostanza del ricordo
La fotografia è un’immagine delimitata nello spazio. Punto. Che nasca dalla chimica o dai pixel, la sua destinazione naturale è la carta. Oggi il web e la foto corrono così forte che la stampa sembra un “discorso a parte” per pochi fissati, qualcosa di cui se ne può fare a meno. Potrebbe essere interessante affrontare quest’argomento, ma diventa superfluo quando l’unica difficoltà che ho in questo momento è quella di trovare le parole giuste per descrivere la bellezza e l’importanza estetica di una fotografia fine art in carta di cotone al 100%. È onestamente complicato trasmettere questa sensazione… sia per le foto in bianco e nero che quelle a colori, ognuna con le sue differenze e peculiarità! Guardare una stampa del genere, toccare con mano quella carta e valutare la disarmante differenza che intercorre dalla fotografia vista a monitor e un’opera compiuta come questa, quasi diventa lo scopo principale di questo articolo. Questa è una cosa che si ammira tenendola delicatamente in mano o appesa nella sua cornice. Sono tutte cose che si possono descrivere, ma anche fossi il letterato più in gamba della storia non potrei mai sostituire gli occhi e le mani di chi legge.


Dobbiamo dirlo senza troppi giri di parole: una fotografia non stampata è un’opera a metà. Se non la pensi per la carta, stai facendo altro, non fotografia. Lo diceva chiaramente anche Sebastião Salgado poco prima di lasciarci: senza il supporto fisico, l’immagine resta volatile, latente, qualcosa di diverso dalla fotografia stessa.
Certo, ci sono casi in cui serve solo il file per un sito o una presentazione, ma nessuno ci impone di produrre un’immagine mediocre non adatta alla stampa. Non esiste la possibilità di “rifare” lo scatto e se un domani quel file dovesse servire per un progetto più ampio o per un libro si perderà ogni possibilità di raccontare quella storia. Se non è buona per la carta oggi, non lo sarà mai.

La deriva del digitale

Accontentarsi dello schermo significa accettare che l’immagine vada alla deriva. Il digitale è uno strumento incredibile, ma ha un difetto brutale: rende tutto banale e immediato. Tra milioni di compleanni e viali di cipressi “instagrammati” fino alla nausea, l’eccezionale diventa invisibile. Si perde la memoria, si annacqua l’identità di chi viene ritratto e si perde l’essenza stessa dello scatto.


Le vecchie compatte di famiglia non facevano miracoli, anzi, i telefonini tutto sommato sono migliori, ma ogni fotogramma era importante, era diverso il mondo e il significato della fotografia, quello che rappresentava per le persone e anche per le famiglie. Un rullino da 24 o 36 scatti aveva un costo, e non solo economico; premevi il tasto solo se ne valeva la pena. Quelle poche foto sono ancora lì, in qualche scatola, a raccontare il significato di una vita trascorsa, cosa che oggi sembra quasi superflua. Quelle foto non sono morte in un backup fallito o cambiando smartphone. Le migliaia di immagini che oggi seppelliamo nei telefoni, invece, si nascondono l’una dall’altra: questa libertà di scattare all’infinito è diventata la prigione dei nostri ricordi

La mia camera oscura moderna

Per chi fa questo mestiere, il legame con la stampa è istinto puro, come carne per un leone. Non voglio fare l’ipocrita: ho una nostalgia prepotente per l’odore dell’acido acetico nell’attesa che sotto la fioca luce rossa lo sciacquio delle bacinelle ci mostrasse l’immagine mentre sale su dal bianco. È un incanto che la tecnica non cancellerà mai.
Però bisogna essere pratici: la nostalgia da sola non basta a gestire la complessità di oggi. La mia stampante non è un pezzo di hardware da ufficio; si potrebbe definire la mia camera oscura moderna. Chi ha passato le notti in bianco a stampare sa bene che non è una camera oscura, ma come il nostro vecchio ingranditore, è lo strumento che ci permette di chiudere l’iter di progetti importanti e di preservare ogni ricordo che merita di restare.
Gestire la stampa da solo significa non delegare il mio sguardo a un algoritmo o a un tecnico lontano. Scegliere la trama della carta cotone, baritata, opaca è come calibrare il tono della voce mentre racconto una storia. È l’atto finale: trasformare un’emozione elettrica in un oggetto che occupa spazio e che parla con la sostanza della materia.

Un invito alla sostanza


Tutto questo non è solo filosofia da studio fotografico, ma un invito a riappropriarsi di ciò che conta. Le fotografie non dovrebbero nascere per riempire hard disk o per giustificare l’ultimo modello di smartphone; dovrebbero nascere per restare. Io preferisco l’idea di raccontare storie di donne, di uomini o di luoghi, capaci di sopravvivere al prossimo aggiornamento software o al prossimo cambio di dispositivo.


Che si tratti di una ricerca personale o del racconto di un frammento di vita, la carta è l’unico modo per fissare un momento per sempre. Una foto stampata bene è un oggetto che si tocca, si regala, si eredita. È materia che non svanisce. Ogni immagine preziosa merita di essere ammirata anche quando non c’è segnale o la batteria è scarica: perché la vita vera non ha bisogno di una connessione per essere ricordata.

filipposecciani
filipposecciani
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