Ci faccio tutto!

Quel “o” di troppo

Il paradosso di cui andiamo a parlare in questo articolo, spesso è anche uno dei cibi più ambiti e proficui per la crescita artistica di ognuno di noi e si manifesta sempre attraverso il confronto tra colleghi. Ogni volta che andiamo a visitare una mostra o che decidiamo di uscire a far foto in compagnia, si guarda, si assorbe, si impara qualcosa di nuovo. Si vede qualcosa che ci colpisce e si vuol fare uguale. A parte la questione che non sempre quello che si impara è giusto e spesso quello che si vuol emulare potrebbe essere… una stronzata, ma non è quello che voglio approfondire. Quando si torna e si guardano le foto che abbiamo appena fatto con tanto impegno, ci manca sempre qualcosa: la selezione dei piani di un’ottica molto luminosa, oppure al contrario, la profondità di campo infinita di un sensore di piccole dimensioni, piuttosto che la prospettiva impeccabile di un mediatele per i ritratti, o l’equilibrio formale di un formato 4/3, o il dinamismo spettacolare e nervoso del formato 2/3… Cercatela voi la carenza, trovate voi quel “o” tra questi e gli altri che sicuramente avete! So che qualcosa manca, manca a tutti, non c’è spazio per un condizionale. Ovviamente a noi non piace avere carenze e per quanto possibile vogliamo riempire i vuoti.

L’animale selvatico e l’estasi tecnica

In questi momenti, spesso e volentieri, arriva un animale immaginario che ho imparato a conoscere dal web e è la scimmia, che è quella cosa che ci spinge a ricercare altre soluzioni per fare come gli altri. Occorre però dire che l’emulazione è il primo passo di una crescita artistica e è un passo fondamentale e sempre presente nell’evoluzione di un fotografo, lo fanno anche quelli che sono bravi e non è assolutamente una cosa negativa, almeno non sempre! Infatti all’inizio della carriera si incomincia sempre da un corso che insegna le basi della fotografia, le cose elementati: tempo, diaframma, profondità di campo… e quello che inizialmente ci attrae sono le varie sfide tecniche. Queste piccole sfide, ci permettono di mettere in campo tutta la nostra erudizione che ci permette di poter dire: SI PUÒ FARE! (mi raccomando leggete questa frase lentamente scandendo e gridando ogni singola parola con chiarezza e enfasi, non dimenticando assolutamente di tenere gli occhi fuori dalle orbite con estasiata eccitazione). Però, c’è da comprare l’obiettivo con il quale sono possibili certe cose, quello che ha usato quello lì che a fatto quella roba lì… perché improvvisamente quella combinazione macchina con un obiettivo per cui non volevo sbattimenti ha tristemente dei limiti e all’improvviso ci si accorge che non può fare tutto. Ed ecco la scimmia correre all’orizzonte dritta dritta verso il malcapitato. Ma che poi spesso diventa uno scimmione brutto peloso e incazzato che ci fa andare a vedere con scarsa lucidità la nostra situazione finanziaria per soddisfare l’animale selvatico!

Collocare il proprio sguardo

Ci sono certe cose che si imparano col tempo, con le delusioni, ma anche con il raggiungimento dello scopo che ci siamo prefissi. La fotografia è vasta. Personalmente ammiro certi tipi di fotografia, come quella naturalistica, ma non la farei mai perché trovo la pratica oltremodo noiosa, come non faccio la fotografia di teatro perché in campagna non ci sono occasioni concrete di lavorare seriamente per fare certe cose e non voglio acquistare lenti costosissime che non avrei modo di usare nemmeno proponendomi gratuitamente. Quindi fare la fotografia è anche una questione di possibilità oltre che di scelte. Trovo piuttosto importante collocare il nostro essere fotografo, sia che lo facciamo di lavoro che per passione, senza perdite di tempo e con decisione. Occorre focalizzarci su quello che ci piace o non ci piace. Io non comprerò di certo un 600mm che pesa più di quanto costa, perché non faccio le foto agli uccellini, né andrò mai a fotografare un leone in libertà, probabilmente farei di tutto fuorché fotografarlo: sicuramente scapperei!

Abitare la fotografia

Tuttavia il concetto non deve essere così macroscopico, ci possono essere altre scelte più semplici, come per me quello di non usare più obiettivi estremamente larghi, non perché non mi piaccia giocare con la prospettiva, anzi, mi piace e parecchio, ma ho notato che quando ho usato ottiche sotto i 20mm in full frame, c’è una specie di scollamento con il mio modo di narrare con la fotografia, come se dovessi usarli di proposito e non con la dovuta naturalezza. Forse definire semplici certe decisioni è sbagliato, sicuramente riduttivo, perché influiscono sulla formazione di una personalità artistica ben definita.
Banalmente, non si può fotografare tutto. Robert Capa disse che il mondo è pieno di fotografie e tocca a noi andarle a trovare (non conosco il testo e la traduzione precisa, ma il concetto lo conosco benissimo!). Ma il mondo è grosso! Posso essere io capace di fare tutte le fotografie che sono possibili? Invidio chi ci riesce, io mi limito a fare quelle che mi interessano e uso la mia conoscenza fotografica, non per fare tutte le foto possibili, ma per fare di volta in volta le fotografie cui sono interessato, perché alla fine, l’unica fotografia che conta davvero è quella che siamo stati capaci di abitare.

filipposecciani
filipposecciani
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