La visione tra scelte e rinunce

Lo zoom, il fisso e il collega

Un collega una volta facendo due chiacchiere mi disse: “Questo zoom è nato per lo sport: è nitido, saturo, ha contorni netti. Se lo usi per il paesaggio, hai una brillantezza squillante. Il segreto è sfruttare l’attrezzatura per quello che sa fare meglio, senza ostinarsi in condizioni sfavorevoli.”

Il succo era questo, le parole sicuramente diverse. Gli chiesi: “Ma allora, se lo zoom ti soddisfa così tanto, perché questo panorama lo hai fatto con un 50mm fisso?”. Non seppe spiegarmelo bene. Percepiva una differenza che non riusciva a tradurre in parole. All’epoca, io usavo solo ottiche fisse e non capivo fino in fondo quello che voleva dirmi. Ci sono arrivato dopo, quando nel mio corredo sono apparsi gli zoom: due obiettivi possono avere pari qualità, ma il comportamento è diverso. Soprattutto se metti a confronto uno zoom con un fisso mi ha fatto capire che la ricerca del mio stile passa anche attraverso la scelta giusta dell’attrezzatura. Non è un vanto farmi vedere con un obiettivo di pregio, né un motivo di vergogna usarne uno economico. 

La luce cattiva e la fantasia pigra

La mattina presto, in Val d’Orcia, si fanno foto eccezionali in controluce. Ma la mattina fa presto a diventare tardi e la luce non è più la stessa. Dopo una certa ora tutto quello che era spettacolare diventa “didascalico”. Il compito della fotografia non è fare immagini nitide e tutte a fuoco, ma trasmettere qualcosa. Possiamo accontentarci del ricordo, è lecito, ma si può anche cercare qualcosa di più profondo.

In quell’ora di luce ormai stanca, il mio intento era scuotermi dal torpore. Ho scelto l’obiettivo più nitido, con lo sfocato più morbido e la migliore capacità di leggere le ombre. Volevo che le spighe a fuoco spaccassero il piano in modo prorompente, cercando una profondità quasi tridimensionale. Ma soprattutto ho dovuto prendere quella fantasia che si era già messa in pantofole sul divano e darle un calcio in culo per svegliarla.

Scelte stilistiche e rinunce

Facendo questa fotografia, ho cercato risposte stilistiche e le ho trovate. Presentandola al pubblico, condivido qualcosa di profondamente mio, di intimo, è come se chiedessi se le mie scelte sono giuste, dopotutto se avessi usato lo zoom, avrei fatto una fotografia diversa. Peggiore? Non lo so. Quando decidi una visione e un progetto, rinunci automaticamente alle infinite altre possibilità che avresti con altre attrezzature.

A certi livelli non è la qualità che conta, conta il comportamento dell’ottica. Un mediatele macro non è adatto per un ritratto beauty: è troppo inciso e deciso, quando servirebbero setosità e naturalezza. Non è che uno sia migliore dell’altro, sono solo diversi e quindi anche le fotografie sarebbero diverse.

La natura dello sguardo

Questa fotografia vive intorno a uno stretto piano a fuoco. La sua forza grafica sta nella sfocatura che lascia solo immaginare tutto il resto. Queste immagini hanno impatto perché i nostri occhi, senza che ce ne accorgiamo, vedono esattamente così: selezionano punti in sequenza e trasmettono al cervello fermo immagini che la coscienza mette insieme.

In realtà non abbiamo profondità di campo, ma il nostro autofocus è talmente strepitoso che ci freghiamo da soli credendo che tutto sia a fuoco. In questa immagine, il racconto visivo non è altro che lo specchio della nostra natura: mostra come il nostro occhio seleziona e vede davvero le cose, prima che la coscienza le metta a fuoco tutte insieme. Lo sfocato ci piace perché è naturale, come il rumore dell’acqua rispetto a quello di un martello pneumatico. Forse alcune immagini funzionano semplicemente perché si riallacciano alla nostra natura.

filipposecciani
filipposecciani
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